Condividere le pagelle dei figli sui social è diventato un riflesso automatico per milioni di genitori, ma nasconde un problema di privacy che va ben oltre l'imprudenza momentanea: ogni voto pubblicato costruisce un'impronta digitale permanente che i ragazzi non hanno scelto di creare. A scuoterci l'ha pensato Alfonso D'Ambrosio, dirigente scolastico dell'Istituto Comprensivo di Lozzo Atestino in provincia di Padova, con una trovata tanto semplice quanto efficace: una pagella falsa generata dall'IA, commentata da migliaia di persone senza che nessuno si chiedesse se fosse autentica.
La provocazione che ha smascherato lo sharenting
D'Ambrosio ha raccontato il meccanismo con una certa amarezza: "Non ci potevo credere, anche perché spesso le foto contenevano dati sensibili, addirittura il codice fiscale degli studenti". La scelta di una finta pagella è stata deliberata. "Ho pensato che lanciare un semplice monito non sarebbe stato sufficiente e allora ho pensato a una provocazione: pubblicare una finta pagella generata dall'intelligenza artificiale. E da lì partire per intavolare un discorso, costruire un dialogo con i genitori, stimolare la riflessione sul fatto che le pagelle non sono contenuti social."
Il Coordinamento Nazionale Docenti della disciplina dei Diritti Umani (CNDDU) ha definito l'esito "tanto prevedibile quanto inquietante": centinaia di commenti formulati senza aver letto il messaggio, la velocità della reazione che prevale sulla profondità della comprensione. Romano Pesavento, presidente del Coordinamento, ha sintetizzato il problema alla radice: "esporre pubblicamente tali elementi significa sottrarli alla dimensione educativa della relazione per consegnarli alla logica dell'approvazione sociale, dove il numero dei 'like' finisce per sostituire il dialogo autentico".
Tre genitori su quattro pubblicano contenuti sui figli
Lo sharenting — termine nato dall'unione dell'inglese sharing e parenting — riguarda la grande maggioranza delle famiglie italiane. Secondo uno studio pubblicato sull'Italian Journal of Pediatrics, il 75% dei genitori pubblica contenuti sui propri figli sui social network, mentre il 98% utilizza almeno una piattaforma. I dati del progetto Sharenting.it indicano che il 68% lo fa con una certa frequenza e il 30% condivide le immagini anche in gruppi o spazi online meno controllati.

Prima che un bambino compia cinque anni, potrebbe già comparire in circa mille immagini condivise dai genitori. Nel frattempo quella stessa generazione cresce immersa nel digitale: il 32,6% dei bambini tra i 6 e i 10 anni usa lo smartphone ogni giorno, e il 62,3% dei preadolescenti tra gli 11 e i 13 anni possiede almeno un account social.
Il consenso dei genitori non esaurisce la questione etica
Il punto più critico sollevato dal CNDDU non riguarda la sicurezza informatica in senso tecnico: il consenso dei genitori alla pubblicazione non basta, perché il diritto all'autodeterminazione digitale appartiene in primo luogo ai minori che quei bambini diventeranno, non agli adulti che oggi gestiscono i loro profili.
D'Ambrosio lo ha formulato senza giri di parole: "il valore di uno studente non può essere ridotto a una serie di numeri riportati su un registro elettronico". Ogni voto condiviso contribuisce a costruire un profilo persistente che potrebbe influenzare la vita futura dei ragazzi in modi imprevedibili. Il quadro che emerge dai dati è circolare: la generazione che ha già un'identità digitale costruita dagli adulti è oggi, tra gli 11 e i 13 anni, la più presente sui social — e tra pochi anni sarà quella che cercherà un lavoro o un posto universitario con quella storia alle spalle.
La conclusione del CNDDU è operativa, non retorica: "la responsabilità precede sempre la condivisione, il rispetto viene prima della visibilità e il valore di una persona non può essere ridotto alla fotografia di una pagella".
Fonti
- Pagelle sui social, il CNDDU sostiene la provocazione di D'Ambrosio – Orizzonte Scuola
- Pagelle sui social, il plauso del CNDDU per la provocazione del dirigente D'Ambrosio – Tecnica della Scuola
- Pagelle sui social, per il ds D'Ambrosio "non sono trofei da esibire" – Tecnica della Scuola



